Visualizzazione post con etichetta Libri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Libri. Mostra tutti i post

giovedì 16 settembre 2010

Shantaram

Questo è un libro che ti rimane appiccicato addosso, un po’ come per effetto dell’umidità di Bombay, stando a quello che si dice in generale dell’India, di cui probabilmente non riesci a liberarti neanche dopo una doccia fredda.

Gregory David Roberts è uno che lo devi vedere. Finisci il libro e la prima cosa che fai è andare in internet a cercare qualcosa di più. Esiste un sito dedicato espressamente a Shantaram, con sulla home page la foto dell’autore in sella a un chopper con una faccia solcata da rughe sottili e una treccia bionda lunga fino alle spalle. E finalmente riesci a dare un volto a quel tipo strano, passionale, furbo e chissà cos’altro che ti è rimasto incollato addosso in modo così potente per tutte le 1177 pagine.

Qualsiasi riferimento alla trama è superfluo. È inutile dire che la storia è la storia vera dell’autore, soffermarsi a discutere di tutti i riferimenti culturali, politici, storici e sociologici, o parlare della natura inclemente, della complessa fauna umana o delle situazioni estreme che incontri andando avanti nella storia. Sfogli le pagine e segui i personaggi, o meglio, le persone, entri nelle vicende, nelle discussioni, nelle passioni e nelle lotte e non ti chiedi perché e non ti fai domande. Tutto è come deve essere. È così che deve andare. Ed è così che mi immagino l’India.

E poi, comunque, sorridi. Il sorriso è una delle cose che compare fin dall’inizio del libro ed è una costante fino alla fine. Il sorriso come veicolo di apertura, come segno di accettazione che non significa rassegnazione. È come se rappresentasse qui una serenità pacata, una specie di “amore per l’universo” che si esprime in modo diffuso ma discreto, nonostante tutto, nonostante la miseria, le violenze, le torture, nonostante la guerra, i mafiosi e i carcerieri.

A quel punto devi per forza saperne di più e collocare quella sorta di “cosa” che ti ha preso allo stomaco in un contesto più definito. Ecco l’impellenza di cercare notizie in internet.

Sul sito, poi, ci sono delle “note” dell’autore: un saggio a tutti gli effetti sull’architettura del romanzo, sui diversi livelli di simbolismo e su vari aspetti narrativi del libro (con tanto di sezione dedicata a commenti e interventi da parte dei lettori, ovviamente). Quindi, finalmente, a freddo, ti puoi regalare un approfondimento sull’opera, una “lettura della lettura” che ti porta oltre l’impatto emotivo iniziale in una dimensione più letteraria. E, tra l’altro, è Mr Roberts in persona che ti spiega direttamente come ha concepito il libro e cosa ci sta sotto… e quando ti ricapita??

Un’opera globale, libro, sito, persona, vita. Vale la pena.

Titolo: Shantaram
Autore: Gregory David Roberts
Edizioni: Neri Pozza

martedì 3 agosto 2010

Kafka sulla spiaggia

Non si smentisce mai. Onirico, folle, filosofico, denso, riflessivo, pieno di citazioni che varrebbe la pena imparare a memoria. Ma anche erotico, avventuroso, divertente, impetuoso, narrativo.

Inutile dire alcunchè sulla trama, nè rievocare scontati parallelismi con il mito di Edipo. E' semplicemente Murakami, con i suoi personaggi quasi al limite dell'umano, sempre in bilico in situazioni "ai confini del mondo", che reagiscono agli eventi più remoti con un candore e una spontaneità spiazzanti.

E' così che Murakami si conquista la tua fedeltà: dopo le prime due righe sei già intrappolato nelle spire del racconto e nelle circonvoluzioni cerebrali dei personaggi, così poi quando ti trovi immerso in atmosfere a dir poco improbabili, a contatto con personaggi altrettanto stravaganti, trovi tutto assolutamente coerente, e, in tutta la tua lucidità, saresti pronto a giurare che, certo, è proprio così che doveva andare.

Un'ultimo dettaglio personale, di scarso interesse per la comunità dei lettori: alla fine di un libro di Murakami ho sempre bisogno di aspettare almeno un paio di giorni per iniziare la mia lettura successiva. La densità della storia, dei personaggi e delle situzioni deve diluirsi, deve avere il tempo di smaltirsi e ritornare ad assumere i contorni più "normali" di un qualsiasi romanzo narrativo.

Titolo: Kafka sulla spiaggia
Autore: Murakami Haruki
Edizioni: Einaudi

venerdì 4 settembre 2009

Auto da fé

Come si fa a scrivere un commento a un libro così? La prima parola che mi viene in mente è “strano”. Poi in successione: grottesco, surreale, estremo. Strana l’ambientazione, strani i personaggi, strano il linguaggio, strane le situazioni. E non perché la vicenda non sia ambientata in una città normale, o in un appartamento normale o in un monte dei pegni normale, ma perché il contesto è in qualche modo falsato, immerso in una specie di nebulosa da sogno anzi, spesso da incubo, che distorce i contorni e altera le percezioni.

I personaggi sono assoluti ed estremi: se hanno un’idea ne fanno la loro vita, se hanno una fobia ne sono dominati fino alla morte, e se hanno un obiettivo, questo si trasforma in idea e poi in fobia, tanto diventa ossessivo e imperante.


Così non c’è una singola azione o frase del libro che risulti verosimile, e nonostante questo, in realtà tutto è congruente alla logica complessiva della narrazione e ogni azione o frase contribuisce ad alimentare il processo di costruzione e distruzione del gioco degli estremi.

Titolo: Auto da fé
Autore: Elias Canetti
Edizioni: Adelphi

lunedì 15 giugno 2009

2666

Anche stavolta mi tocca iniziare con una cosa fisica, non so, un respiro sospeso, una specie di apnea, e un indolenzimento muscolare, dovuto all’acido lattico nelle gambe dopo la lunga corsa.

Ricostruiamo: attratta dal titolo a dir poco stravagante ho comprato il primo tomo senza sapere nulla del contenuto, dell’autore, del contesto né di alcunché. A parte il fatto che, si diceva in terza di copertina, l’opera intera avrebbe previsto un altro volume in uscita a distanza di un anno (mese più mese meno). Altro punto intrigante, mi piace la suspense. Quindi la lettura un po’ labirintica delle prime 433 pagine: non so se mi ricordo un altro libro con così tante digressioni intersecate e altrettanti dettagli apparentemente slegati. Arrivi alla fine con tre macro storie, un centinaio di microstorie e qualche particolare che ricorre: una città in Messico, uno scrittore strano con un nome impossibile, una serie di omicidi impuniti. Poi il libro finisce (quella che tu sai essere la PRIMA PARTE del libro, finisce) e ti tocca aspettare un anno per capirci qualcosa.

Poi arriva l’altro tomo in libreria: ormai è passato un anno e l’interesse si è un po’ affievolito, ma resta un languore non soddisfatto che reclama comunque di essere sopito.

La lettura stavolta è frenetica: le prime 300 pagine sono una serie dettagliata e spietata di omicidi, correlati spesso da violenza carnale. Lo stile è freddo e distaccato, tipo report della polizia o del medico legale. I ritratti sono asettici, impersonali, le descrizioni non sono vere descrizioni ma semplici elenchi di dettagli. Agghiaccianti. Solo ogni tanto c’è uno spiraglio che lascia intravedere spezzoni della vita privata di qualcuno tra i mille protagonisti-comparse della vicenda-vicende. Anche qui lo stile è neutro e le cose che succedono ai tanti piccoli personaggi sembra che succedano per caso, che tutto scorra nel magma irreale e atemporale della storia. Un vero incubo, insomma. E si riesce ad andare avanti trascinati proprio dalla potenza dell’incubo: non per morbosità, lo stile è talmente asciutto che non lascia spazio a pulsioni morbose o simili, ma per forza, perché l’atteggiamento della narrazione lo richiede e lo esige, come una sfida.

L’ultima parte cambia completamente registro: arriva uno sparuto bambino tedesco e tutte le sue irruenti traversie su è giù per il mondo con gente assurda e impossibile, in mezzo a casi fortuiti e inattesi. E qui veramente si conclude il ciclo e si trova il filo del mitico scrittore dal nome improponibile (non anticipo niente, è nel titolo della sezione). Lo stile diventa molto narrativo, quasi epico, le storie sono infinite, le digressioni creano miriadi di piccole storie nelle storie, ma tutto gravita attorno all’unico protagonista, enorme anche fisicamente, con la sua statura colossale.

Le ultime pagine, poi, rivelano una rete, anticipano un finale, lasciano intuire qualcosa ed esplicitano altro, pur continuando a non dare alcuna certezza, pur lasciando tutto in sospeso.

È chiaro che Bolaño andrà conosciuto nell’aldilà e gli andrà data una bella stretta di mano vigorosa, con i complimenti per l’universo e gli universi che ha saputo creare, raccontare, sostenere e allo stesso tempo attaccare e difendere.

Titolo: 2666
Autore: Roberto Bolaño
Edizioni: Adelphi

venerdì 22 maggio 2009

Un lento apprendistato

Molti anni fa avevo iniziato a leggere V. di Pynchon: il libro della molteplicità, come dicono certi critici. Un libro enorme, pieno di digressioni e divagazioni, descrizioni dettagliatissime a prima vista lontane dal flusso della storia, storie diverse intrecciate da un filo apparentemente casuale. Un intricato labirinto da cui non sono riuscita a uscire e, infatti, con mio grande rammarico, la lettura di quel libro è rimasta incompiuta.

Poi, poco tempo fa mi sono imbattuta per caso in libreria in questa edizione: la prima raccolta di racconti di Pynchon con tanto di prefazione dell’autore. E ho pensato che potesse essere la buona occasione per approcciare in modo più soft l’autore che ha creato un punto di rottura nella letteratura contemporanea, prima di affrontare di nuovo il “mostro sacro” V. Ma la sensazione è stata la stessa: stessa percezione di inconcludenza, di nuovo troppi dettagli, troppe divagazioni, troppe storie nella storia. Peccato, non riesco ad apprezzare la molteplicità che mi appare soltanto in veste di confusione. Anche lo stile è scorrevole, ma sembra non arrivare da nessuna parte. Finisci un racconto e non ti è rimasto niente. Finisci il libro e non ti è rimasto niente. Solo la prefazione, che è memorabile.

Peccato… spero di riuscire ad avere l’ispirazione giusta per affrontare di nuovo V. e di riuscire a cogliere la potenza di quell’autore che a dire il vero, per ora, percepisco solo a livello concettuale.

Titolo: Un lento apprendistato
Autore: Thomas Pynchon
Edizioni: Einaudi

giovedì 7 maggio 2009

Il sangue degli innocenti

È esattamente come non dovrebbe essere: scontato, banale, prevedibile e alla fine noioso.

Quasi urticante, i cattivi cattivissimi e i buoni buonissimi. Ci sono dentro tutti gli stereotipi classici relativi alle diverse situazioni: i Catari, i nazisti (qui per la verità neanche troppo cattivi…), i terroristi islamici. Il linguaggio è quello che ti aspetti di sentire: toni da pseudo film di spionaggio americano in bocca ai funzionari del centro anti terrorismo, parole dure e fanatiche nei terroristi, modi distinti e un po’ impersonali del professore distaccato e sofferente. Anche la suspence che a un certo punto delle indagini dovrebbe iniziare a farsi sentire viene subito inghiottita da una sensazione tipo “tanto ho capito come va a finire”… e poi va proprio a finire così.


Rimane una brutta sensazione di prevedibile banalità. Un libro inutile.

giovedì 8 maggio 2008

La strategia dell'Ariete

Ero partita piena di entusiasmo e aspettative ma sono rimasta delusa.

Una storia che si intreccia snodandosi tra Egitto, Cina, USA, Brasile, Paraguay, Germania, Austria attraverso secoli diversi in un montaggio altalenante. L’idea è notevole, ma non regge. Mi verrebbe voglia di riscrivere la storia seguendo il piano spazio-temporale logico per vedere se così la trama riesce a decollare. In più, ad aumentare la delusione, manca anche la suspense: si creano aspettative che non vengono poi rivelate. O meglio, le rilevazioni sono deludenti, direi forse anche scontate e un po’ banali. Nomi esotici, riferimenti a sette antiche e rituali pagani che non vengono però analizzati ma solo evocati, descritti per sommi capi: non lasciano traccia ma nemmeno sanno creare il desiderio di approfondire.
Peccato…

Anche i personaggi sono troppi e per forza mancano di caratterizzazione: non c'è nessun personaggio principale, nè minore in cui immedesimarsi o da "odiare". La trama è confusissima e non porta alla fine da nessuna parte. Tutto è trattato con superficialità e senza spessore nè approfondimenti. Si ha la sensazione che l'obiettivo degli scrittori sia stato creare a forza un'opera mastodontica e colossale, a costo di sacrificare il contenuto e lo stile. Ed è quello che è successo. Risultato: un'accozzaglia un po' forzata che gira su se stessa, corre sul posto.
Peccato...

Una domanda che non dovrebbe venire alla fine di 450 pagine di lettura: qual’era poi questa strategia dell’Ariete?

Ma non mi scoraggio: KAIZEN è un progetto molto interessante e merita un approfondimento, una seconda chance. Spero di poter dire qualcosa di diverso quando avrò letto qualche altra cosa del gruppo.
.
Titolo: La strategia dell'Ariete
Autore: KAIZEN
Edizioni: Mondadori

martedì 18 marzo 2008

Asce di guerra

Un altro pugno in pancia. Di quelli che per smaltirli ci metti una settimana. Stavolta è addirittura un romanzo che racconta una storia vera. Agghiacciante, tra l’altro. Poi certo, la trama-sottotrama d’appoggio è inventata, o meglio, la trama che fa da punto di unione, da collante con la storia vera, il protagonista che fa da cornice è un personaggio di fantasia. Il che ci sta benissimo, anzi, alleggerisce un po’ l’atmosfera grave, così densa di fatti e di persone impegnative.

Non c’è bisogno di dire cosa succede: i partigiani a Bologna, la vita dei civili, semplici episodi quotidiani, atroci nella loro inumanità, della vita delle persone che hanno a che fare con i giorni e con le notti di guerra e di fame, di torture, di spasmi di paura e di bisogno di lotta. La storia vera del protagonista in prima persona che vive i fatti giorno per giorno nel presente e la Storia rivista dal personaggio di fantasia in terza persona, che guarda con interesse e passione ai fatti di quei tempi non poi così lontani.

E ancora una volta, in piena tradizione Luther Blissett, il protagonista parte per combattere la battaglia da cui era stato escluso da bambino contro il nemico di sempre. Ancora una volta a combattere “dalla parte sbagliata della storia”. Parte in incognito per il Laos a combattere a fianco dei viet cong. Le torture dei fascisti e le rappresaglie del dopo guerra italiano si mischiano alle atrocità della giungla e la guerra e il bisogno di massacro perdono i loro contorni rischiando di cedere il passo alla follia.
Ma dentro le pagine non ci sono solo Vitaliano e Daniele, e le loro storie intrecciate. Ci sono i nostri nonni che sono vivi e che ci raccontano le stesse cose. Ci sono le immagini che tutti abbiamo visto delle guerre di pochi anni fa e ci sono anche le immagini che tutti stiamo vedendo oggi, le immagini delle torture, delle infamie, della fame e della morte.
E il bisogno di riscatto? La necessità di combattere le ingiustizie? Rimane un odore forte e, appunto, un pugno in pancia che avrà bisogno di diversi giorni per essere smaltito.
.
Titolo: Asce di guerra
Autore: Wu Ming e Vitaliano Ravagli
Edizioni: Einaudi

venerdì 3 agosto 2007

Caos calmo


Un regalo per il mio compleanno, con dedica "Ci sono alcune scene che ricordano le nostre conversazioni". E' vero. La narrazione non è altro che un dialogo continuo tra il protagonista e tutte le persone che gli stanno intorno ma soprattutto del protagonista con se stesso. Assolutamente reale, vivo, che sembra davvero sgorgare da uno di noi. Riflessioni ad alta voce, le parole del cervello che si mischiano con quelle reali della persona che sta parlando in quel momento. Le suggestioni, le sensazioni, le divagazioni interne abilmente mixate con il dialogo reale ed "esterno". L'ironia a volte spietata trapela ad ogni pagina. E il sesso, che impregna letteralmente il libro fin dalle prime righe.

La calma incomprensibile del protagonista, questo caos calmo, appunto, irreale e stridente sbalordisce tutti i personaggi che in qualche modo si avvicinano a lui, ma stupisce certo anche noi. Gli muore la moglie e lui che fa? Niente. O tutto? In realtà stravolge completamente gli schemi della sua vita ma con assoluta tranquillità. Si prende il suo tempo. La tragedia si consuma subito e da lì ti aspetti un crogiolo di dolore, 400 pagine di scene strappalacrime tipo La stanza del figlio, invece niente di tutto ciò. La sua vita cambia direzione, ma senza strappi apparenti. Tutto sembra galleggiare in una specie di nebulosa indefinita. E lui, il vedovo che tutti compatiscono e che tutti vorrebbero consolare, in realtà si ritrova suo malgrado a far da valvola di sfogo per tanti dei suoi colleghi e parenti che gli riversano addosso il proprio di dolore. Con conseguente pazzesca voragine di pensieri, riflessioni, idee, intuizioni, approfondimenti su se stesso e su quelli che gli stanno attorno. E noi a stargli dietro, a pensare anche noi alle nostre di contorsioni, paranoie, paure, reazioni. Costretti anche noi a pensare a cosa ci potrebbe essere dietro. Attenzione: è un libro che può dar fastidio.

Titolo: Caos calmo
Autore: Sandro Veronesi
Edizioni: Bompiani

venerdì 27 luglio 2007

Trilogia di New York

Questo libro è stata un’allucinazione. Dall’inizio alla fine. Come un sogno di quelli in cui sei sempre in ritardo e non trovi le chiavi, poi quando le hai trovate ti accorgi di avere solo una scarpa così devi tornare a prendere l’altra ma intanto il ritardo aumenta e non sarai mai più in grado di arrivare in tempo e non riesci ad aprire la porta perché si è incastrata la serratura e il tempo passa e correndo perdi la borsa e ci sono milioni di macchine che ti impediscono di passare così cambi strada ma qualcuno ti costringe a tenergli il passeggino per qualche minuto, la prego devo solo comprare il pane e tu accetti e passano due ore e ormai è impossibile arrivare dove dovevi arrivare ma continui a correre ti perdi e devi tornare indietro e quando ti guardi in una vetrina ti accorgi di essere nuda così entri nel primo portone per nasconderti e ti copri con una cosa che sembra un vecchio cappotto e corri e corri. Devi arrivare dove devi arrivare anche se sai di essere in ritardo di un quarto di secolo. E ti risvegli senza essere arrivata.

E il libro è così. Non fai che perderti in un marasma di fatti e persone che forse sono le stesse anche se risalgono a quarant’anni prima, che si somigliano pur non avendo nulla a che fare l’una con l’altra. O che sono così lontane che forse sono la stessa cosa.

Ma il vero marasma è la coscienza. In realtà l’allucinazione non riguarda il concatenarsi perfetto e incomprensibile dei fatti, ma le ossessioni, le paure, le profondità impenetrabili dell’anima.

Risultato: l’autoisolamento estremo e ossessivo, voluto, cercato come conseguenza di uno sfacelo fisico-spirituale che ormai è ai limiti della catastrofe, ai limiti della sanità mentale, ai limiti della perdita completa di se stessi in un debordante nulla.

A fine lettura ho passato più di un’ora cercando di far quadrare le date e i nomi, le coincidenze, i fatti e i dettagli, ma sentivo che non era questa la cosa importante. Forse lo scopo era proprio quello di vivere questo sogno per poi svegliarsi senza essere arrivati.

Titolo: Trilogia di New York
Autore: Paul Auster
Edizioni: Einaudi

(fanculopensiero)


In un momento in cui sto rivalutando un sacco di cose (crisi di mezza età anticipata...) e mi chiedo davvero se non sia arrivato il tempo di cambiare alcune condizioni di questa realtà un po' assurda che sto vivendo, assisto alla presentazione del libro (fanculopensiero) che si, si scrive minuscolo e si, si scrive tra parentesi. E' proprio il titolo del libro. La stanza è nel seminterrato della libreria Feltrinelli a Bologna, aria condizionata, una ventina di sedie, dopo poco il posto si riempie. Un piccolo palchetto con due sedie e due chitarre appoggiate. Poi arrivano l'autore (ragazzone camicia di lino bianca capelli lunghi chiari) e il suo accompagnatore (ragazzino capelli corti neri, sorriso furbo, sveglio). E l'editore della Feltrinelli in persona ad aprire la presentazione, che non è poi così usuale nemmeno a Bologna.

La presentazione di per sè è già un'anticipazione dell'atmosfera del libro: niente spiegazioni nè introduzioni di contesto. Poesie cantate su ritmi blues nostrani, letture di stralci estrapolati direttamente dal libro, poche frasi di commento, qualche aggiunta ironica, gli occhi bassi dell'autore... un'ora e mezza attraverso un sentiero di parole, musica e silenzi. Rimane il sorriso sulle labbra e la voglia di andare oltre.

Questo libro è il libro della Svolta. Proprio adesso che sto ripensando a un sacco di cose, appunto. E' la storia di Maksim Cristan, l'autore stesso, il ragazzone in camicia di lino, che a un certo punto si blocca e cambia strada. Fisicamente. Non è che sceglie di farlo per un motivo ragionato. Semplicemente DEVE farlo. Poi ti accompagna nelle sue camminate per la città, nei suoi pensieri, nei suoi incontri strani, nelle sue letture, nelle sue riflessioni, ma sempre con levità, con leggerezza, con un sorriso, anche nei momenti un po' più difficili. Guarda tutto come se lo vedesse per la prima volta, con uno sguardo puro, quasi ingenuo. E' per questo che tutte le sue conquiste sembrano dei piccoli miracoli, non c'è niente di scontato, ma neanche niente di ostentato.

Tutto in questo libro lascia il segno. Non solo l'ironia, la storia, i paradossi che vengono fuori, ma i sorrisi, le emozioni che provoca, le riflessioni che produce vanno oltre la narrazione. E' scritto con l'incanto e la purezza di un primo sguardo sul mondo e lascia la voglia di riuscire a continuare a "meravigliarsi", nonostante ormai siamo abituati a tutto.

Titolo: (fanculopensiero)
Autore: Maksim Cristan
Edizioni: Feltrinelli

giovedì 26 luglio 2007

Q -Omnia sunt communia-

Q è il titolo del libro, come si può immaginare. La frase in latino invece non è il sottotitolo, bensì direi quasi la parola d'ordine: del libro, degli autori, della narrazione e concettualmente di tutto quello che ci sta dietro. Non è un libro recente, è uscito nel 1999, quasi 10 anni fa ma io l'ho scoperto da poco. Purtroppo.

Nel 1995 io ero a Bologna, studentessa della facoltà di Lingue, e avevo inserito nel mio piano di studi esami di letteratura comparata, di sociologia della letteratura e di storia della critica letteraria. Proprio in quegli anni e proprio a Bologna si creava un collettivo di scrittura formato da quattro persone che agivano e scrivevano sotto lo pseudonimo Luther Blissett. Scrivono Q, ma non solo. Scrivono pamphlet, saggi di varia natura, attaccano, discutono. Pubblicano con il Copyleft, -la proprietà inetllettuale è un reato- e su carta eco-sostenibile. Agiscono nella società della cultura ufficiale da "disturbatori della quiete pubblica", si introducono alla biennale di Venezia con falsi nomi di falsi artisti, arrivano anche a fare uno scherzo a Chi l'ha visto? che rischia di andare in onda con tutto un servizio su un illustre scomparso... finto. E' una rivoluzione culturale, che attacca dall'interno e cerca di smuovere i cardini dell'impianto socio-culturale italiano. Ma di questo fenomeno socio-letterario di fine secolo che nasce proprio a Bologna non si fa un accenno negli ambienti universitari ufficiali. Nè assenso nè dissenso, nè critica nè lode.

Q rappresenta La Rivoluzione nel nome dell'Omnia sunt communia: Martin Lutero, la controriforma, il papa, l'imperatore, le eresie anabattiste, le ricche famiglie veneziane, le rivolte e le repressioni. E' davvero inutile provare qui a tracciare linee confuse sulla trama o sui personaggi o sulle diverse tecniche narraive utilizzate. Diciamo solo che tutto sembra architettato per supportare La Rivoluzione. E' il Progetto che c'è dietro che sconvolge.

Un dettaglio: la narrazione sembra una valanga, un "concerto punk-rock" (cito testualmente uno degli autori). Ormoni intellettuali dalla prima pagina all'ultima, di quelli che nutrono e che rimangono.

Un altro dettaglio, per i "pedanti": i personaggi e i fatti storici sono realmente esistiti. Con tanto di riproduzioni di incisioni dell'epoca, ritratti dei protagonisti, mappe dei luoghi in coda al libro.

Titolo: Q
Autore: Luther Blissett
Edizioni: Einaudi