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mercoledì 1 giugno 2016

Bologna

Bologna
è un posto sozzo

[il mondo
è un posto sozzo]

una città perennemente coperta
da una patina di sporcizia palpabile
da uno strato sottile di unta vischiosità

[quante storie per qualche scritta sui muri]

che si giustifica con quell’aria da artista noncurante
che si atteggia a sovrana della Cultura
remota eredità dell’Università più Antica del Mondo

[e che mi dici degli anni ’70??]

o tutt’al più
retaggio sbiadito vecchio di 40 anni

Bologna
è un posto ambiguo

[il mondo
è un posto ambiguo]

un paesone provinciale travestito
da metropoli sovraffollata e snob
da spregiudicata capitale del mondo

[ti riferisci a quelle innocue fighette pacchiane?]

che si finge accogliente e sincera
che si mostra cosmopolita, aperta, ospitale
arricchita sui milioni di studenti che riceve ringhiando

[sono loro che urlano in piena notte e pisciano nel bel mezzo del centro]

e che scappano appena possono

Bologna
è un posto ostile

[il mondo
è un posto ostile]

che non ti guarda, ma ti osserva di sottecchi
che non ti accetta, ma ti giudica con un sogghigno altezzoso
che non ti accoglie, ma finge di offrirti da bere (solo se poi paghi tu)

[ma che intendi? dici che sono tirchi??]

Bologna
è un posto piccolo

[certo, nessuna pretesa di grande metropoli infatti]

piccolo nel senso di immaturo
piccolo nel senso di timido
piccolo nel senso di chiuso
perché non ha imparato niente
perché non sa dire né grazie né scusa
perché tutti sono sboroni  per mascherare l’inadeguatezza
ma sotto sotto se la fanno nelle mutande


e sanno che non ci arriveranno mai

martedì 10 febbraio 2015

Senza veli

Domenica mattina.
O anche sabato.
O un giorno qualsiasi di ferie.

Orario imprecisato.

Il momento esatto, sottile e nebuloso in cui la tua coscienza ritorna a galla dal sonno.

Non ci sono filtri, maschere o sovrastrutture. Solo un’indefinita sensazione, la sensazione di esserci, mentre fino a un secondo prima non c’era niente.

È lì che non puoi mentire a te stesso.

martedì 25 novembre 2014

Per capirci


Dunque per capirci.

La realtà è quella che è.

Se piove e cerchi di ripararti sotto un cornicione ti bagni lo stesso. E di base ti incazzi il doppio, prima perché ti sei bagnato e poi perché hai camminato scomodo a ridosso del muro.

Come diceva qualcuno circa 2500 anni fa, se una freccia ti colpisce, sei un coglione se ti incazzi, perché è come se ti colpissero due frecce: la prima quella vera, e la seconda quella che ti sei tirato da solo con tutti i tuoi "perché proprio a me, non ci voleva, che male questa freccia, come vorrei che la freccia non mi avesse colpito, ..." e altre pippate mentali del genere.

Quindi, la realtà è quella che è. Inutile perdere tempo a incazzarsi perché tanto non cambia, anzi, è molto probabile che più ci pensi con quel tono di vittimismo, più ti incazzi e più ci stai male.

Perfetto.

L’idea, allora, è quella di accettarla, la realtà. Ma non solo accettarla e sotto sotto sperare che cambi. Accettarla e abbracciarla, godercela fino in fondo. Tipo, per tornare all’esempio di prima della pioggia “sta piovendo, ma non ci provo neanche a passare sotto il cornicione. Mi bagno e vaffanculo. E mi godo pure la sensazione di bagnarmi sotto la pioggia. Mi godo la cosa che è. La realtà, appunto”.

Oppure funziona al contrario? E tutto il pasticcio parte da te? Ossia, non è che la realtà sia di per sé brutta o negativa, e il tuo incazzarti per cambiarla ne sia la giusta conseguenza. Al contrario, tutto dipende da te: forse sei proprio tu che, a forza di accanirti a cercare qualcosa, a furia di volere sempre qualcosa che guarda caso non è mai quella che hai o che sei, fai si che la tua realtà non ti vada mai bene. Qualunque cosa sia.

Un gran casino.

Quindi a questo punto, l’idea sarebbe smetterla di voler essere qualcosa o voler avere qualcosa di diverso da quello che è. O forse ancora peggio. Smettere di volere essere o avere qualcosa in assoluto. Smettere di sentirsi in contrasto con quello che c’è, o smettere di sentirsi “un’altra cosa” rispetto a quella che è.

Il meccanismo non partirebbe più dalla pioggia o dalla freccia che arriva, ma solo da te. Non ti accaniresti più in questa specie di ricerca convulsa di “qualcosa”, di cambiamento di te e delle cose, la smetteresti di fare casino, e di girare come un pazzo su e giù per gli spazi del tuo cervello.


E improvvisamente quello che è, cioè la realtà, diventerebbe perfetta.

martedì 11 novembre 2014

Il programma quotidiano

Il momento più significativo di oggi è stato imbattermi nel programma quotidiano di un monastero buddhista vicino a Rieti.

Non è che voglio condividerlo, voglio solo ricordarmelo.

Il momento, dico.

venerdì 14 febbraio 2014

I say you have to give up

 And you open the door and you step inside
 Where inside our hearts
 
 Now imagine
 That your pain is a white ball of healing light
 That's right
 Your pain,
 The pain itself is a white ball of healing light

 I don't think so

 This is your life
 Good to the last drop
 It doesn't get any better than this

This is your life and its ending one minute at a time

This isn't a seminar
This isn't a weekend retreat
Where you are now You can't even imagine what the bottom will be like
Only after disaster can we be resurrected
Its only after you've lost everything that you are free to do anything

Nothing is static
Everything is evolving
Everything is falling apart

This is your life
It doesn't get any better than this
This is your life
And its ending one minute at a time

You are not a beautiful and unique snowflake
You are the same decaying organic matter as everything else
We are all part of the same compost heap
We are the all singing, all dancing crap of the world

You are not your bank account
You are not the clothes you wear
You are not the contents of your wallet
You are not your bowel cancer
You are not your grand latte
You are not the car you drive
You are not your fucking khakis

You have to give up
You have to give up
You have to realise that someday you will die
Until you know that, you are useless

I say never let me be complete
I say may I never be content
I say deliver me from Swedish furniture
I say deliver me from clever art
I say deliver me from clear skin and perfect teeth
I say you have to give up
I say evolve, and let the chips fall where they may

This is your life
Doesn't get any better than this
This is your life
And its ending one minute at a time

You have to give up
You have to give up

I want you to hit me as hard as you can
I want you to hit me as hard as you can

Welcome to Fight Club 
If this is your first night, you have to fight

martedì 21 gennaio 2014

Vuoto?

chissà chissà chissà chissà chissà chissà chissà

chi sa?

cosa c'è sotto?

giovedì 24 ottobre 2013

Confusione - precisione

Avrei così tante cose da dire che non me ne viene in mente neanche una

venerdì 30 agosto 2013

Infiniti attimi di equilibrio.


Microequilibrio.
Attenzione: non è un
elettroencefalogramma piatto.
E' la concentrazione all'ennesima
potenza.


mercoledì 15 agosto 2012

Un esperimento simpatico

Una prova. Guardare una foto, sentire dei suoni, capire dei significati, provare. Provare a non perdere tempo, provare a perdere tempo, provare a vedere un po'... provare a fare una sorpresa, provare a prendersi una piccola soddisfazione.

mercoledì 14 marzo 2012

Scelta

ucidere o morire?

lunedì 23 gennaio 2012

Ancora in fase riassuntiva

Dunque proviamo a riassumere.

La prima cosa è stata una sensazione, sempre più netta. Poi i dubbi. La sensazione riguardava il presente, i dubbi il futuro.

Lentamente, ma distintamente, la sensazione è diventata una cosa fisica. Una specie di formicolio diffuso. Un formicolio latente ma netto e riconoscibile.

Evidentemente il formicolio ha iniziato a emanare al di fuori del corpo. Ed è diventato percepibile. Infatti qualcuno l’ha percepito, e se ne è occupato.

A quel punto il formicolio è diventato una risata. Una risata incontrollata, fuori contesto, completamente estraniata dalla realtà. Una risata così potente da sovrastare il resto, così necessaria da cancellare il mondo vero. Una risata mentale, spirituale, fisica, sensoriale. Una risata incontenibile, spregiudicata, libera, irrefrenabile, quasi sguaiata. Una risata che stava diventando indispensabile.

La risata, nella sua corsa sfrenata, ha generato visioni, confermato necessità, ha liberato l’energia.

Poi, quasi di colpo, la risata si è soffocata e a quel punto è diventata una specie di sguardo muto.

Uno sguardo muto, ma non silenzioso. Muto perché deve pensare, concentrarsi e guardare. Uno sguardo tremendamente concentrato su se stesso per riuscire a fare una sintesi. Uno sguardo che parla senza dire nulla, comunicando la tensione di ogni muscolo e nervo che cercano di districarsi e ricapitolare. Uno sguardo all'erta, pronto a distinguere le sensazioni vere da quelle indotte. Uno sguardo freddo e distaccato per interpretare ogni più piccolo segnale, captare i messaggi e decodificarli in modo corretto.

La risata era una specie di droga sintetica ad altissimo impatto allucinogeno, che non lascia altro in eredità se non una paio di neuroni morti?

O la sua dirompente energia ha davvero risvegliato qualche forza sepolta dando inizio a un ciclo catartico in modo ineludibile?

Cosa è davvero reale? Il salto nel buoi rappresenta una forzatura innaturale? Inutile rimasuglio delle allucinazioni indotte dalla risata? O non è altro che il naturale manifestarsi del processo rigenerante che si è messo in moto ormai inesorabilmente?

mercoledì 21 settembre 2011

Turbolenza

Una turbolenza, una specie di chiusura, di laccio, di nodo scorsoio alla gola, non troppo stretto, ma comunque presente, fastidioso, ingombrante, invadente. Prima di aprire gli occhi, prima di rientrare nel mondo, prima di sentire chi c’è vicino a me, prima che i sensi tornino all’erta, ancora nella nebulosa di una dimensione incomprensibile, eppure il laccio c’è già, a ricordarmi la turbolenza.

Confusa, confusione, dubbio, cambiare strada, deviazione, (momentanea?), sbandare, andare dritto, rientrare, tornare indietro, cambiare idea, ripensarci, andare avanti, spianare le strada, decidere, travalicare, rassicurarsi, tormentarsi, pensare, immaginare, volere, sperare, (o sperare il contrario?), desiderare, (o paura di desiderare?), ammettere, divertirsi, sbagliare, distrarsi, continuare, provare.

Un turbine immenso, un vortice infinito, un tipo di pressione costante, leggera ma sempre presente, e io, grande contenitore destinato ad aprirsi con violenza e lasciar uscire tutta questa schiuma. Il meccanismo è innescato, non si può più far finta di niente. Niente più scuse, niente paraventi, il vetro opaco si è rotto e… cazzo, che casino!

giovedì 4 agosto 2011

Cambio?

Cambi davvero o fai finta di crederci? Non basta tagliarsi i capelli o dire in giro "voglio una novità". Non basta lasciarsi andare a facili fantasie in un rassicurante "non dipende da me".
azione.
agire.
fare.
muoversi.
operare.
procedere.
mossa.
passo.
iniziativa.

giovedì 28 luglio 2011

Rischio 2

Quell’affare mi è rimasto appiccicato. Lo sapevo, lo sapevo di essere stata ormai contaminata, e che quella cosa sarebbe stata letale. Subdola, profumata, corrosiva e letale. E infatti avevo provato a liberarmene, ma orami evidentemente era tardi. Quando ho capito di essere a rischio ormai era tardi.

Non so quando è iniziata la contaminazione: quell’affare mi si è attaccato addosso poco per volta e, cazzo, non ho saputo rendermene conto. Un anno fa? Due? Com’è iniziato? Da che parte? Una goccia dopo l’altra, a piccolissime dosi, quella cosa si è depositata su di me senza che io me ne accorgessi. Deliberatamente, con una propria coscienza, ha continuato a coprire il mio essere, così lentamente da passare del tutto inosservata. Incolore, inodore, trasparente e inconsistente. E la sua essenza tossica ha avuto tutto il tempo che le serviva per contaminarmi definitivamente e irrimediabilmente.

Poi ho iniziato ad avere i primi sintomi: sogni, prima di tutto. Poi uno strano pizzicore non ben identificabile, un’acutezza dei sensi fuori dal comune, una specie di solletico preoccupante ma subdolamente piacevole. Alla fine ho dovuto fermarmi a osservare e ho visto me stessa. E ho visto la cosa, quella cosa che avevo addosso, che mi ricopriva completamente e che ormai mi aveva in suo potere. È stato a quel punto che ho provato a liberarmene, perché sapevo di essere a rischio. La cosa voleva essere mangiata, ecco cosa voleva, e anch’io lo volevo, perché questa è la natura della cosa stessa. Sapevo che sarebbe stata solo questione di tempo, perché ormai ero a rischio ed era tardi, impossibile tornare indietro.

Così l’ho mangiato. Mi sono nutrita di quell’affare che avevo appiccicato addosso, che ormai era definitivamente parte di me e che adesso sono io stessa. Non avrei potuto ignorarlo comunque. Una volta che te ne accorgi è come averlo già mangiato, è solo questione di tempo.

Così la contaminazione è diventata totale, effettiva: non sono più a rischio perché sono dall’altra parte.

Ho scavalcato il confine, ora sono dalla parte dell’onda, nel bene e nel male sono dalla parte dell’onda. E quando l’onda rotolerà giù, sovrastando i palazzi e portandosi dietro morti e feriti, dovrò decidere se rotolare con lei e distruggere tutto nel mio cammino o se trasformarmi a mia volta in un piccolo schush che accarezza i piedi di quelli che stanno ancora di qua.

giovedì 23 giugno 2011

Rischio

Un’onda altissima, più alta di un palazzo. E io lì, proprio lì sotto, sotto il palazzo che sta per essere sovrastato dall’onda che sta per infrangersi su di me. E vicino a me mia madre, e io che voglio proteggerla. L’onda arriva, come tutte le onde, non c’è modo di fermarla. È sopra il palazzo di fronte a me, scavalca il tetto e rotola giù. E io sono lì, proprio lì sotto, e con me mia madre.
È finita, l’onda arriva, arriva veloce, ma non abbastanza da non permettermi di rendermi conto che è finita. Stavolta davvero.

Invece no.

L’onda arriva, arriva veloce, ma quando arriva è piccola e smorzata, la cascata da sopra il palazzo l’ha ridotta a uno schiumoso piccolo schush, che arriva, certo, ma mi accarezza i piedi invece di sovrastarmi e uccidermi.

Ho capito di essere a rischio, attenzione, sono un soggetto a rischio. Sono un soggetto ormai contaminato, latente, pericolosissimo, mi farò del male. Ho qualcosa addosso, cazzo, per favore, toglietemi quella cosa di dosso! È quella che mi mette in pericolo! Toglietemela di dosso subito o prima o poi dovrò mangiarla. E non voglio farlo.
Ma sono a rischio, so di essere un soggetto a rischio.

giovedì 15 ottobre 2009

Una cosa simpatica

Giuro che non è uno scherzo.

Aosta, 24 Luglio 2009, trasferta di lavoro. LUNGA trasferta di lavoro: 15 giorni in cattività, ospite in un albergo squallido, per adempiere a un compito informe. Comunque, dicevo, venerdì 24 Luglio, i miei clienti alle 14.30 sono tutti fuori dall’ufficio, poi dicono dei ritmi del sud… Perfetto, ciao ciao, buon weekend ci vediamo lunedì. Esco, un panino, una coca e una sigaretta in un bar, un caldo torrido, neanche fossimo al Tropico del Cancro, umidità del 200%, scarpe strette. Inizia il pomeriggio aostano, a piedi in centro su e giù per il corso principale. 1 kilometro e mezzo e il giro è fatto.

CREDEVO che fosse fatto, è sempre stato così, in questi 15 giorni solitari.

Ma a metà strada inizia un intasamento inspiegato: budelli di transenne delimitano i bordi della strada, assembramenti di gente senza specifiche caratteristiche, turisti e aostani, bloccano i passaggi ristretti dalle transenne, in piedi aspettano e chiacchierano. Poi ci ripenso: il PAPA.

Col polso rotto, reduce dalla caduta dal letto e dall’operazione al braccio, non rinuncia alle tappe ufficiali della sua villeggiatura: vespri e messa in cattedrale ad Aosta, inizio ufficiale previsto per le 17.00. Ne parlavano tutti in ufficio…

Certo, così si spiega tutto. Tutto tranne quel cartello.

Mi vanno bene i bar affollatissimi e mi va bene la gente in piedi davanti alle transenne, mi va bene che ci siano bambini costretti ad aspettare sotto il sole 2 o 3 ore qualcuno che non sanno neanche chi sia, mi va bene la semplice curiosità e mi va bene la fede, o qualsiasi cosa sia quella cosa lì. Ma quel cartello no, cazzo. Quello non mi va bene.

Il papa viene a dire messa in città, passa, saluta, va in chiesa e dice messa. E tutti lo vogliono vedere e vogliono prendere la sua benedizione. Ma porca puttana, vendere un posto in prima fila per 20 euro in piedi e 50 seduti è …

…cosa? Un oltraggio a chi è venuto apposta e crede alla purezza dell’evento? Un insulto a chi ha male ai piedi e ha caldo e non riesce a godersi lo spettacolo perché non può permettersi i 50€ del biglietto? Un affronto nei confronti del papa stesso, che se lo sapesse avrebbe ribrezzo nel sentirsi mercificato in quel modo?
.
No, nessun oltraggio. È solo ridicolo. E ci sta tutto, nel mercimonio generale. E ci sta anche, per quanto pazzesco a me possa sembrare, che ci sia qualcuno che ha davvero speso quei 50 fottuti euro -alla faccia di chi non ce li ha-, per stare seduto in poltrona a godersi la benedizione del papa in prima fila.

Guarda, Nella di NELLASPORT, brava, hai avuto un’ottima idea e spero davvero che le prenotazioni siano andate a ruba. Spero che ci siano stati davvero tanti stronzi che hanno pagato 50 euro pur di stare in poltrona a gustarsi il papa, perché te lo meriti. E perché loro se lo meritano. Gli stronzi, dico. Se lo meritano di aver speso quei soldi e di essersi fatti prendere per il culo da te.

Complimenti.

lunedì 25 maggio 2009

Chissenefrega

Me la suono e me la canto da sola.

mercoledì 23 gennaio 2008

La Fabia e la Fiera 2 -stavolta in TV-

Un’appendice doverosa. Direi che la Skoda sta decisamente risparmiando sulle attività di marketing e pubblicità, dati i risultati. Al Motor Show la bellissima uscita creativa di cui abbiamo detto, (modella + fotoritocco, il costo dei creativi non c’è, dato che non c’è stata nessuna pensata originale…). E adesso in TV gli spot tipo… cos’è, Stranamore? O C’è posta per te?? Con l’omino finte lacrime che finge di invitare due finti sposini (o cosa?) perché c’è una macchina che li aspetta. E dice “perché siamo una famiglia” e tutti giù a piangere con sullo sfondo le due creature Skoda.

Direi che il livello di originalità non si smentisce neanche stavolta: si mantiene un tenore davvero di classe.

Che bello!

mercoledì 5 dicembre 2007

La Fabia e la Fiera


Non ho saputo trattenermi…

Ci ho pensato tanto al senso di questa cosa. La prima volta che l’ho vista non ci credevo, anche se, come diceva Benigni, la mente umana fa l’abitudine a qualsiasi aberrazione. Poi l’ho inquadrata nel contesto in cui stava, fisicamente. E forse, ma proprio solo forse, questa cosa ha potuto trovare una vaga parvenza di spiegazione.

Tra pochi giorno a Bologna c’è il mitico Motor Show, la fiera più importante forse a livello europeo di motori. La zona fiera è tutta tappezzata di pubblicità di macchine, in effetti, e questa è lì in mezzo.

Leggendo la piccola scritta in bianco, posizionata strategicamente proprio in dirittura d’arrivo nel culetto sporgente di destra, si legge infatti “oggi fabia èanche wagon”. E capisci, solo se sai che la fabia è in effetti anche una macchina, che questa simpatica foto in realtà è una pubblicità di macchine, appunto.

Avrei così tante cose da dire che non me ne viene in mente neanche una.

La volgarità va bene solo se la fa e la dice un uomo o se è rivolta a un uomo. La foto è volgare. Ma è rivolta solo agli uomini (etero, s’intende), quindi va bene. Ed è inserita in un contesto ben preciso, (devono essersi resi conto che sarebbe stato eccessivo tappezzare la città con quest’immagine, infatti non ne ho viste altre, a Bologna): una fiera di motori frequentata per la maggior parte uomini. Perfetto.

E invece no.

La vogliamo vedere? La volgarità, dico. Anzi, la dobbiamo vedere? Tutti? Anche chi non ne è attratto e potrebbe addirittura offendersi? E allora dobbiamo anche sentirla, questa volgarità. Tutti. Anche chi potrebbe offendersi o stupirsi. Queste due donne nude bellissime di profilo sono sporte all’indietro, inarcano la schiena e dicono “ficcami un cazzo in culo, sono pronta a farmi inculare”. È troppo rozza questa frase? Troppo volgare? Ha toccato la suscettibilità di qualcuno? Forse non si addice a una ragazza, dai, non è bello, dirlo così spudoratamente. Anche se le due ragazze lo dicono esattamente così.

Qual è la sensazione a pelle che lascia l’immagine? Per me che sono una donna etero e che sono per forza portata, anche se contro la mia volontà, a immedesimarmi nella donna del manifesto (e non nella scritta che si ficca nel suo culo, in cui forse si identificano gli uomini che la guardano), che cosa evoca l’immagine? Esattamente questo: sta per arrivare un’inculata.

La pubblicità non è riuscita, mi dispiace. Io la fabia, anche se wagon, non me la compro.

giovedì 8 novembre 2007

Mors tua vita mea

Questo in realtà non è un pensiero di oggi. È da molto che ho voglia di togliermi questo rospo dal gozzo. Scenario: Bologna 2007 (anche se il tutto ha origine qualche anno prima). Dopo le targhe alterne e altri vari escamottages tentati dalle diverse amministrazioni comunali per cercare di arginare la piaga dell’inquinamento cittadino, da qualche anno è attivo a Bologna un sistema elettronico di controlli che sorveglia tutti gli accessi al centro della città. Questo sistema si chiama Sirio ed è attivo e funzionante e se non sei residente in centro e ci entri con la macchina durante il giorno ti becchi una multa pure abbastanza salata. Va bene, ci sto. Io abito appena fuori le mura quindi non ho diritto a entrare in centro in macchina. Prendo l’autobus o vado a piedi.

Bologna è una città dall’urbanistica particolare, tutta stradine e vicoletti stretti, poi portici ovunque anche se disordinati e sconnessi: camminare per il centro a piedi è divertente e a dir la verità tutte quelle macchine in giro non fanno che disturbare e ostacolare i pedoni. Parcheggiare poi sta diventando un’impresa impossibile: dopo kilometri di giri nelle viuzze alla ricerca di un posto alla fine tutti parcheggiano ovunque, a costo di rischiare la rimozione forzata, pur di non pagare i 5 euro l’ora dei parcheggi ufficiali. Per cui alla fine in un vicolo largo 3 metri se ci metti la fila di macchine parcheggiate e ci aggiungi pure quelle che transitano la città si trasforma in un budello di lamiere che si muovono a rilento, senza meta precisa, piene di gente isterica circondate da pedoni incazzati perché non sanno più fisicamente dove mettersi.

Sirio cerca di risolvere il problema alla radice: non si entra più in macchina a meno che non si abiti in zona. Un tentativo di agevolare la viabilità nel centro, oltre che provare a ridurre le emissioni di monossido di carbonio che inquinano l’aria già puzzolente della città.

Del resto metropoli europee delle dimensioni di Amsterdam, tanto per fare un esempio, proprio per tentare di risolvere questi problemi sono COMPLETAMENTE chiuse al traffico. E dire che Amsterdam non ha neanche la metropolitana. Tutti girano in bus, vanno a piedi o, naturalmente, in bici.

Ma qui, a Bologna, Bologna la Rossa, la città all’avanguardia dell’Emilia Romagna ci sono ragioni che vanno oltre l’urbanistica e la viabilità e ancor di più oltre l’urgenza di porre rimedio alla salute dell’aria. Il sacrosanto commercio.

Ma torniamo a noi: l’infallibile sistema Sirio ha però lasciato aperto un varco. Durante il week end non è attivo. Mossa strategica dell’amministrazione comunale che non poteva permettersi, politicamente, di andare contro tutti i commercianti del centro, già incazzati come delle iene per la perdita di potenziali avventori automobilisti nei giorni feriali.

L’anima del commercio è la salvezza della città.

Allora commercianti del centro di tutta la città unitevi! Giustamente, chi glielo fa fare di rinunciare a migliaia di potenziali clienti che verrebbero volentieri in macchina in centro? Dato che almeno nel week end si può entrare, perché non sponsorizzarlo, non farlo sapere a tutti? Quindi ecco il risultato: un negozio su due a Bologna ha esposto in vetrina questo simpatico invito a entrare tranquillamente in macchina in centro durante il week end, dato che Sirio va a dormire e non se ne accorge.

Ossia: anziché provare a incentivare lo shopping “sano” tipo “venite in centro a piedi che risparmiate i soldi del parcheggio e fate bene all’aria di Bologna” o qualcosa di simile, l’invito è a “fregare” il sistema giacché si può. Cioè “continuate pure a inquinare e a intasare il centro, tanto i controlli sono sospesi”.

Sirio è antipatico forse, ma non possiamo solo per una volta cercare di far finta di tenerci almeno un po’ alla nostra città? O provare, almeno per spirito di emulazione “esterofila”, a imitare quelli che davvero ci credono?

Peccato.